È in libreria e sulle varie piattaforme dedicate “Castra Vetera”, il nuovo romanzo storico scritto da Guido Cardellini, alias il salernitano d’adozione Luca Chiei.
Pubblicato da YCP (Youcanprint.it) e disponibile da YCP, Feltrinelli, Mondadori, Amazon Prime, IBS, il libro gira attorno al 16 d.C. quando l’imponente esercito romano di Germanico è pronto per la battaglia decisiva contro i guerrieri di Arminio. Lo scopo è soffocare definitivamente la rivolta dei popoli germanici e vendicare la distruzione delle tre legioni di Varo, avvenuta anni prima in territorio Cherusco.
Per l’Optio Lucio Gaio Salassio, legionario al seguito di Germanico e uno dei pochi superstiti della strage, dare degna sepoltura ai soldati e agli amici rimasti insepolti nella selva non è l’unico obiettivo della campagna militare. Per lui, tornare dopo anni, sul luogo del massacro è la sola possibilità rimastagli per cambiare la sua vita. La fortezza di Castra Vetera sul Reno, diventa il punto di congiunzione di due mondi contrapposti: quello oramai scomparso dei suoi amici e quello della speranza di un nuovo inizio accanto ad Irilda. Un romanzo storico in cui eventi realmente accaduti si fondono con il destino di un uomo pronto a sacrificare sé stesso, il suo mondo, il suo futuro, in nome della donna che ama.
L’autore di “Castra Vetera” è Guido Cardellini, pseudonimo di Luca Chiei Gamacchio, nato a Ivrea (To) il 25 ottobre 1964 ma vive da tanti anni a Salerno. Laureato in architettura, esercita l’attività lavorativa come libero professionista. Ha ricoperto diversi ruoli in ambito sportivo, in particolare come atleta e arbitro internazionale nella scherma venendo anche insignito con la Stella d’argento CONI per meriti sportivi. Da molti anni appassionato e studioso di storia geopolitica e militare dalla Grecia antica fino alla Seconda Guerra Mondiale. Di recente si è interessato in particolare al periodo romano dall’inizio della Repubblica fino al tardo Impero.
Sulle origini del suo libro Luca Chiei ha le idee chiare: «Credo che in ognuno di noi si nasconda, in qualche misura, un potenziale scrittore: il desiderio di condividere storie, emozioni, stati d’animo. Ma sono altrettanto convinto che, prima di essere scrittori, si debba essere grandi lettori. Nella mia vita ho letto quasi quattrocento libri, attraversando i generi più diversi. Una passione nata dopo i vent’anni e coltivata con costanza nel tempo. Ancora oggi, un buon libro accompagna i miei viaggi, le mie giornate libere, le vacanze. E la sera, prima di dormire, non posso fare a meno di leggere qualche pagina: è un rito irrinunciabile, senza il quale la giornata non sembra davvero completa. Il passaggio da lettore a scrittore quindi, è stato quasi naturale. A un certo punto ho avvertito l’esigenza – prima ancora che il desiderio – di scrivere qualcosa di mio, di dare forma alle idee e alle storie che prendevano spazio dentro di me. Naturalmente ognuno ha il proprio genere preferito e io ho il mio».
Perché l’uso di uno pseudonimo?
«Guido Cardellini è, prima di tutto, un uomo nato a Ivrea, che ha vissuto per oltre quarant’anni a Salerno, al punto da potersi considerare ormai “campano d’adozione”, pur mantenendo salde le sue radici piemontesi. Nel suo percorso di vita c’è stata anche una significativa parentesi in Germania, durata circa dieci anni. Dietro lo pseudonimo si nasconde un architetto dedito al duplice lavoro di tecnico e di scrittore. La scelta del nome non nasce da un vezzo istrionico o autocelebrativo. Più semplicemente, volevo mantenere separate i miei due ambiti lavorativi: quello di architetto e di scrittore e poi non mi convinceva l’idea di utilizzare il mio vero cognome come autore del libro: lo percepivo come qualcosa di troppo asettico, privo di quella forza evocativa che cercavo. Inoltre, il doppio cognome rischiava di risultare lungo, poco immediato, difficile da ricordare o persino da pronunciare, come spesso accade anche nella vita quotidiana. Volevo, quindi, che Guido Cardellini venisse associato esclusivamente alla mia identità di scrittore. Ho mantenuto comunque un filo conduttore autentico che lo lega alla mia persona. Non è un nome di pura fantasia: Guido è il mio secondo nome all’anagrafe, mentre Cardellini fa riferimento allo stemma araldico dei miei antenati in cui compaiono due uccelli cardellini su bande verticali rosse e gialle… un curioso richiamo cromatico allo stemma della città di Salerno».
Dicci qualcosa di più sul titolo del libro: “Castra Vetera”
«È l’antico accampamento legionario situato sul Reno, nell’area dell’odierna Xanten in Germania, era uno dei presidi più importanti dell’Impero romano. Punto strategico per la difesa e il controllo dei confini, rappresentava anche la base di partenza per le operazioni militari in territorio germanico, svolgendo un ruolo determinante durante l’Impero di Augusto. È qui che si sviluppa gran parte della vicenda. In questo luogo carico di storia e tensione, Lucio, il protagonista, sarà chiamato ad affrontare eventi inevitabili che lo condurranno a compiere scelte difficili, capaci di mettere in discussione la sua natura, i suoi principi morali e le sue più profonde convinzioni. Il titolo, in latino, racchiude e suggerisce molteplici significati: richiama il cuore geografico della narrazione, evoca il fascino austero e solenne del mondo romano e porta con sé un’aura di mistero. È un nome che incuriosisce, che suona come una sentenza antica e che invita il lettore a scoprirne il senso, pagina dopo pagina».
Un romanzo storico richiede una buona dose di conoscenze del passato. Quanto incide la Storia sul racconto di Castra Vetera?
«Moltissimo: la Storia ne è parte integrante, quasi la sua ossatura. Raccontare una vicenda ambientata in epoca romana, a pochi anni dalla nascita di Cristo, richiede una conoscenza approfondita delle fonti: dai testi degli autori classici come Tacito, Tito Livio e Cassio Dione, fino agli studi degli storici contemporanei e alle scoperte archeologiche. In questo percorso mi hanno sostenuto anni di studio e ricerca, alimentati da una passione profonda per la Storia antica. Ho cercato di restare il più possibile fedele alla realtà di quei tempi, facendo agire i personaggi secondo ciò che ritengo fosse il loro modo di pensare, di vivere e di relazionarsi. Per riuscirci, ho provato anche a calarmi, con tutti i miei limiti, nei panni di un legionario: un uomo, prima ancora che un soldato, sospeso ogni giorno tra la vita e la morte. Ed è stata, senza dubbio, la parte più difficile».
Come definiresti il tuo libro?
«È un romanzo storico in cui le vicende dei personaggi si intrecciano con eventi realmente accaduti, tratti da fonti storiche e archeologiche. La narrazione si sviluppa attraverso i ricordi del protagonista, accompagnando il lettore in uno scavo interiore profondo e nell’intimità svelata di un giovane legionario, chiamato ad affrontare le difficoltà, e talvolta le fragilità, della propria esistenza. È una storia che, come un mosaico, unisce diversi generi letterari, riflesso naturale del mio percorso di lettore: il romance, il thriller, la narrativa e persino qualche sfumatura di fantasy. Elementi diversi che si fondono tra loro, come gli ingredienti di un buon piatto, da assaporare lentamente».
C’è qualcosa di autobiografico in questa tua opera?
«Credo che quando si afferma che un libro contiene l’anima di chi lo ha scritto, si dica qualcosa di profondamente vero. Anche quando i personaggi sono frutto della fantasia dell’autore, non è possibile separare completamente la narrazione dalla propria esperienza di vita, dalle convinzioni e dalla propria natura. In modo consapevole o meno, i personaggi finiscono per riflettere le relazioni, le emozioni e i vissuti dell’autore. Sono inevitabilmente influenzati da ciò che si è stati e da ciò che si è incontrato lungo il proprio percorso. Questo caratterizza spesso i personaggi e contribuisce a dare autenticità e profondità alla storia che si vuole raccontare. Dipende ovviamente dalla trama ma in generale ogni libro, in fondo, custodisce una parte di noi. E spesso rivela anche ciò che rimane più nascosto, più intimo, talvolta mai espresso fino in fondo. Dal punto di vista autobiografico, nel romanzo sono presenti soprattutto i luoghi che hanno segnato la mia vita: Salerno, Ivrea e Münster, in Westfalia, che diventano anche scenari degli eventi narrati. Sono luoghi che conosco profondamente, che ho vissuto e fatto miei, e che proprio per questo posso raccontare con sincerità e precisione».

